Il Dipartimento delle Relazioni Internazionali del CC del KKE condanna l'inaccettabile ratifica del divieto del Partito Comunista Polacco da parte delle autorità polacche. Nella sua dichiarazione, rileva quanto segue:
Il KKE condanna con la massima fermezza l'inaccettabile decisione del Tribunale regionale di Varsavia di cancellare il Partito Comunista di Polonia dai registri dei partiti politici. Si tratta di una decisione che attua una precedente sentenza anticomunista della Corte costituzionale, che, su richiesta del presidente del paese, Navrotski, aveva vietato il Partito Comunista di Polonia. Il divieto del Partito Comunista di Polonia rientra nel quadro delle scandalose proibizioni in vigore in alcuni paesi dell'UE che, sulla base dell'equiparazione antistorica tra il comunismo e il mostro del fascismo. Puniscono chiunque diffonda idee comuniste: in Polonia con 3 anni, nella Repubblica Ceca con 5 anni, mentre in Romania è in fase di elaborazione una proposta di pena fino a 10 anni.
Tali decisioni anticomuniste accompagnano l'intensificarsi dei preparativi bellici dell'UE e dei governi a scapito dei popoli, vanno di pari passo con l'escalation dell'attacco antioperaio e con il colpo ai diritti residui dei popoli.
Di fronte all'oscurità che cercano di imporre con tali decisioni, di fronte al sistema marcio che servono l'UE e i governi, si illudono se pensano che con le sentenze dei tribunali possano abolire la lotta di classe, impedire la lotta del popolo polacco e degli altri popoli, fermare la lotta dei partiti comunisti e dei comunisti contro la barbarie capitalista, le guerre, lo sfruttamento, la povertà, i rifugiati.
Il fatto che non possano nascondere la loro preoccupazione per la lotta dei partiti comunisti sta nel fatto che solo i comunisti offrono una vera via d'uscita dal presente e dal futuro ripugnanti che i capitalisti e il loro sistema marcio riservano ai popoli. Questa via d'uscita è il socialismo, la giovinezza del mondo, per la quale vale la pena che i popoli lottino con ogni sacrificio affinché le loro esigenze siano al centro di una società senza sfruttatori e sfruttati.
